Últimamente me da vueltas por la cabeza (junto con el zumbido de las zanzare) aprovechar el ofrecimiento que me hizo el otro día mi jefe romano y destilar mi perplejidades sobre las inesperadas venturas romanas de Alfonso de Zamora en un concentrado de caldo articulero, ese sustento imprescindible de los guisotes académicos. El problema es por donde empiezo. No por los materiales alfonsinos, que esos ya me los voy sabiendo sin demasiado problema, sino precisamente por la parte romana. ¿Por dónde empiezo en un contexto tan tremendo como el del siglo xvi romano? Recordemos que 1527, cuando Alfonso está en plena actividad (aunque ya tirando a cascado), es la fecha del pavoroso Saco de Roma, por las tropas de Su Muy Católica Majestad el Emperador Carlos V. Pero es que la primera mitad del siglo xvi es también la época de actividad de dos contemporáneos, interesante uno, interesantísimo el otro (y probable espejo deformante, más o menos consciente, de la actividad de Alfonso en la Península que está enfrente de mi actual Península Stivale): Rafael da Prato (el solo interesante) y Elías Levita (el interesantísimo). ¿Por dónde le pongo el cascabel al gato y la primera frase al folio blanco romano? Pues, lo mismo, por aquí (y así de paso le vuelvo a contestar otro par de preguntas, de las que siempre se nos quedan en el tintero, a mi mejor propagandista):

L’atteggiamento liberale di Alessandro VI, imitato dai suoi immediati successori, fece riversare a Roma nel giro di un quarto di secolo ebrei dalla Spagna e dalla Sicilia, dalla Tripolitania, dal Portogallo e dalla Provenza, dal Napoletano e dalla Calabria; ad essi si aggiunsero, in flusso ininterrotto, quelli della Germania e dell’Europa centrale: la somma totale fu piú che un raddoppio della popolazione ebraica a Roma. I marrani furono pochissimi, perché i quattrocento circa che avevano tentato di stabilirsi a Roma, erano stati arrestati fra il 1498 e il 1503 e costretti in gran parte ad abiurare l’ebraismo. L’affiatamento fra questi vari gruppi – ognuno con il proprio idioma, le proprie consuetudini ed i propri orgogli – risultò estremamente faticoso, anche perché gli ebrei romani di vecchia data piú passavano in minoranza come numero, e piú rimanevano attaccati, per un comprensibile jus loci, ad una pretesa di supremazia nel reggimento della comunità. Del lato opposto, specialmente gli spagnoli si arrogavano toni di supremazia sí intellettuale come nell’esercizio degli affari, retaggio di quella che aveva goduto in Spagna nel dominio economico e sociale, letterario e politico. Non passò molto, e questi conflitti di supremazia portarono a una profonda separazione amministrativa fra ebrei italiani ed ebrei oltramontani o tramontani, e ad altrettante distinzioni culturali. Cosí nel giro di dieci o vent’anni si costituirono a Roma sinagoghe separate per i catalani, per i castigliani-aragonesi, per i siciliani, per i francesi, per i tedeschi, che facevano da contrapposto ad altre quattro esclusive degli ebrei italiani, ed anch’esse basate sulla data della residenza a Roma dei relativi membri. Nel 1524, come sarà illustrato altrove, si fece il premo tentativo di dare una vernice esterna omogenea a questi diversi aggruppamenti.

Attilio Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino, Giulio Einaudi, 1963, págs. 237-238.

Coda bibliotecaria: la máxima podría ser formulada así; “si las iglesias atraen mendigos, pícaros o hambrientos, las bibliotecas (de fondo antiguo) atraen freakies“. ¡Virgen santa el especimen que me acaba de pasar al lado!